Evidentemente l’argomento alberi è uno di quelli che interessano molti di voi. Di cosa parlo? Semplice, ve lo dico subito.

Dopo il mio recente scritto apparso su Cavoloverde.it e che riguardava gli alberi, che ho scherzosamente definito “orsi con le foglie” per la loro autunnale perdita del fogliame e il loro entrare in una sorta di vero letargo, sono stato da molti di voi lettori contattato, sui social e in privato, con domande molto interessanti su altri strani e curiosi aspetti che riguardano gli alberi. Per questo vorrei riprendere l’argomento “esseri vegetali viventi” con un altro comportamento vegetale che ai più potrebbe non essere conosciuto.

Si tratta di rispondere alla domanda: gli alberi, che sempre più negli ultimi anni – grazie agli studi di neurobiologia vegetale – impariamo a conoscere, hanno anche un carattere? Sì, intendo proprio un carattere individuale, una personalità, un’indole come possiamo ritrovare anche tra noi umani.

Ebbene direi di sì. In diverse parti del mondo neurobiologi vegetali studiano la vita degli alberi e i fenomeni a questa collegati. Da questi studi stanno emergendo e confermandosi alcune serie e precise valutazioni che dicono che gli alberi, anche della stessa specie e non solo di specie differenti, hanno tra loro una diversa indole che li contraddistingue. Ognuno pare abbia un proprio carattere ben delineato che porta a scelte e comportamenti precisi e individuali.

Partiamo da una storia molto interessante che riguarda gli studi fatti direttamente in foresta da uno dei più preparati esperti di boschi oggi operanti in Europa. Si tratta di Peter Wohlleben, il più celebre Forestale della Germania, noto appunto per i suoi studi sul comportamento vegetale.

Proprio vicino alle foreste dove Peter svolgeva la sua sorveglianza e studio degli alberi vi era una strada che egli stesso ogni mattina percorreva per andare al lavoro. Su quella strada, proprio tra campi ben coltivati e dedicati all’agricoltura, vi era una radura dove vivevano tre querce. Erano querce centenarie, cresciute e nate spontaneamente, e a pochi metri l’una dall’altra. Cosa strana per le querce, alberi che in genere tendono a vivere isolati e distanti tra loro, dove questo sia possibile. Ma queste tre erano nate insieme e vicine erano rimaste. In estate le loro chiome si confondevano l’una con le altre . Sembrava che in effetti la quercia fosse una sola con una chioma enorme e non tre alberi distinti.


Ma poi, quando come ogni anno puntuale arrivava in quelle zone della valle dell’Ahr l’autunno, ecco che si verificava uno strano fenomeno. La quercia centrale iniziava a perdere le proprie foglie almeno tre settimane prima delle sorelle vicine. Da questo emergeva chiaramente che c’era qualcosa che differenziava tra loro le tre amiche o sorelle; qualcosa che dava origine a questo strano e curioso comportamento. Le condizioni generali di clima, suolo, esposizione erano identiche per tutte e tre ed escludeva così cause territoriali o meteorologiche o di composizione del suolo che potessero influire.

Da queste osservazioni iniziò per Peter un periodo di studio e ricerca di conferme, che lo portò alla fine a confrontarsi con altri esperti di neurobiologia delle piante e a confermare ciò che diversi studi hanno poi – negli ultimi anni – certificato.

Così possiamo oggi con certezza dire che ciò che differenziava e differenzia ancora oggi le tre querce era ed è una dote a noi umani nota da sempre: il carattere, la loro indole.
La prima o meglio le prime che perdono le foglie nelle comunità delle querce sono, in genere, quelle più timorose, ma forse sarebbe meglio dire più previdenti. Tra le tre nostre amiche è proprio quella in centro la più previdente, la quale ad un certo punto decide che, non sapendo quando possa essere in arrivo la prima tempesta autunnale o la prima gelata precoce, sia giunto il momento di liberarsi del fogliame, meglio farlo il più presto possibile per farsi trovare pronta in caso d’improvviso maltempo. Nello stesso tempo decide anche che le proprie scorte di zuccheri per l’inverno sono sufficienti e interrompe tre settimane prima delle sorelle la propria funzione di fotosintesi clorofilliana e le foglie cadono tutte a terra in breve tempo.
Le altre due, più spavalde, vanno avanti invece con le foglie per altre tre settimane. Sembra dicano: “Ok, tu fai un po’ come vuoi. Noi due non si teme nulla e si prende ancora il sole fin che ce n’è e si riempiono i serbatoi delle zucchero sino all’orlo.”
Certo, questo comportamento spavaldo o coraggioso potrebbe, in alcuni anni in cui le tempeste di vento autunnali arrivano prima, magari insieme a copiose piogge, trovare le due spavalde con la loro vela fogliare immensa ancora tutta stesa e sarebbero guai per loro, sottoposte così a forze di spinta del vento enormi che potrebbero arrivare a sradicarle. Allora sarebbe la previdente a godere della propria prudenza.

Questi comportamenti vegetali nei quali i diversi caratteri, l’indole o la personalità che caratterizzano alberi della stessa specie emergono, sono visibili in tutti i boschi e in tutte le foreste sparse sul pianeta terra e non solo tra le querce. Visibili certo per chi osservi con interesse, emozione, rispetto e da vicino la vita vegetale al lavoro nei boschi. Tutto ciò ci fa capire sempre più che dovremmo guardare i nostri fratelli o sorelle vegetali con occhi un po’ diversi da quelli che ce li fanno considerare spesso solo come semplice “arredo urbano”. Direi che… oltre le foglie c’è di più.

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Vive in Austria, a Vienna, dal 2014. Studia, scrive e collabora con le sue “ragazze ronzanti” che volano e producono mieli nelle foreste viennesi. Api-cultore, mielosofo, amante della Sapienza applicata al cibo. Libero pensatore nato a Mantova nel secolo scorso. Dice di se: “Vengo… non so da dove. Sono… non so chi. Muoio… non so quando. Vado…non so dove. Mi stupisco di essere lieto.
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