Io non soffro il caldo.
Asserzione irritante quando l’allerta meteo e la stampa ansiogena prevedono una delle ondate più violente che abbia colpito l’Europa negli ultimi decenni. E già si preannunciano eventi nefasti.
Non sta bene dire una cosa del genere. I più miti proveranno invidia, i più ribelli rabbia.
Già le affermazioni perentorie e scarne irritano, figuriamoci se sono controcorrente. Non si può scrivere, mentre il Paese boccheggia, di non soffrire il caldo. Nella migliore delle ipotesi qualcuno a mezza bocca commenterà: “chissà a quanto andrà il condizionatore, ci credo che non soffre il caldo!”

Mi dispiace deludervi: non ho condizionatore.
E non soffro il caldo.
Io il caldo lo mangio.
Lo mangio, lo mordo.

Perché vedete, il caldo si morde, si addenta, come si addenta qualcosa di sodo, compatto, qualcosa che se ce lo spingono contro la bocca o lo addentiamo o ci soffoca. Provate a sentirvi un bel pomodoro per quanto profumato e colorato premuto contro le labbra, a togliervi il fiato. Che fate? Lo soffrite o lo mordete?
Come vi concedete di tirare ancora il respiro?
Lo mordete, ve lo dico io, lo mordete.


E così è con il caldo, quando vi prende intorno e vi accerchia, quando vi preme contro le labbra, contro la gola, quando vi cinge le caviglie, quando vi circuisce la testa, quando si impossessa dei vostri pensieri e della vostra volontà, è lì che mordete, che azzannate, che ve ne cibate.
E come tutto ciò di cui vi cibate, il caldo diventa voi e voi il caldo. I vostri pensieri assumono il colore del caldo e il sapore e la forza e l’energia, allora siete sopra il caldo.

Ne siete dentro.
E il caldo è dentro di voi.

E questo è quando la trebbia va come un mostro enorme, come un pachiderma che da lontano vi pare un vascello fantasma nel mare del grano. E vi pare pure che ondeggi, come ondeggiano le vampate che vi offuscano, quel tremolio dell’aria che vi chiedete sempre se è l’aria o voi a tremare. E sculetta quel mostro, che avanza, e quando si avvicina è docile e dolce come una madre che sforna pane e va via, perche non le si legga il sudore e il dolore. Il sapore di raccogliere il grano asciutto, come asciutti sono i nostri voleri: resistere.
E questo è quando le cicale friniscono e vi pare che stia per finire il mondo e il loro sia l’ultimo canto e che appena cesserà, cesserà con esso l’ultimo fiato della terra.


E questo è quando tra i filari i tonfi delle pesche sono i tonfi del mondo che si è fatto piccolo e odoroso e vi casca ai piedi perché non regge la calura, la canicola della controra. Quando ogni attimo è il fermarsi dell’eternità e fareste qualsiasi cosa per spingerla un po’ più avanti, o di fianco, di lato e chiederle di passare, o farvi passere, di far arrivare il fresco e la fine della raccolta e la sera, e la notte.
È il caldo dei binari fra le serpi e i rovi e un fischio acuto che non è di un umano, non è della terra, ma del cielo e, come un pastore che raggruppa il gregge, quel fischio acuto raggruppa i vostri pensieri e fa sì che ritorniate a pensarli.
Io non lo soffro il caldo. Non posso soffrirlo. Non posso portarlo addosso. Pesa troppo per me. Mi schiaccerebbe, mi diluirebbe, mi annienterebbe. Io lo mordo, lo mastico, lo ingoio. Lo sono.

Come la Terra che è caldo. Come il Cielo che è caldo. Come le radici, le nuvole, il grano, i frutti, le fatiche, gli sguardi.
Noi siamo caldo e siamo di caldo.

Come siamo di freddo, come siamo di vento, di pioggia e arsura.
E tutto ciò che può ferirci può darci vita. Ed è un continuo eterno alternarsi, un cercare equilibri precari, un sapere che la Vita e la Morte sono un cerchio che si insegue e se non ci fosse una non ci sarebbe l’altra e, soprattutto, non ci saremmo noi.
Noi come le estati che ci divorano e gli inverni che ci annegano. Oppure che ci sfamano, che ci accompagnano, che ci coltivano.


Noi, con le mani che piegano il freddo e raccolgono il caldo.
Noi che benediciamo il freddo e il caldo, l’acqua e il vento. I nostri Padroni e i nostri Padri. Chi ci dà da mangiare, chi ci dà da vivere, da sorridere e da soffrire.
Sono figlia di una storia che si ripete e nelle scale, prima del grande portone, ogni volta che arrivavano le prime piogge e qualche insofferenza fanciullesca faceva emerge il malcontento per la passata stagione io mi sentivo ripetere la storia di zio Nicola che borbottava contro i cittadini, che alle prime piogge prendevano l’ombrello.
A lui non interessava dell’ombrello, la Piana era arsa, erano le prime gocce stiracchiate e i cittadini si lamentavano, bardandosi sui marciapiedi con gli ombrelli, erano mollicce quelle piogge, a lui interessavano le piogge dissetanti: le aspettava sopra il letto di semina come una benedizione.

(Foto di Simone Maviglia)

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Sono nata in Calabria, sono avvocato e lavoro in un’azienda di famiglia incuneata fra il Pollino e lo Jonio dove l’aria austera del monte si immischia alla salsedine del mare, il che spiega quel senso di vertigini salate che, da sempre, il mio lavoro mi ha trasmesso. Mi piace masticare l’olio, i frutti e le parole. Credo che, in fondo, un nesso stretto ricomponga percorsi, storie, vissuti e mondi che distano apparentemente molto fra loro. E’ quel nesso che segna la mia ricerca.Amo gli orizzonti ampi, le parole scarne, i rapporti umani essenziali, in sintesi pecco di eccesso di sintesi e, questa colpa, me la porto anche nel mio succinto curriculum.
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    Sospesi fra il vecchio e il nuovo. Fra i raccolti e le semine. Fra le albe e i tramonti e ci sembra che questi estremi siano più vicini di quanto ce lo ricordassimo, di quanto ci servirebbe per capire questi giorni come viverli, se appesi a una speranza o a un rancore. A settembre si decide cosa estirpare e cosa coltivare, cosa seminare e cosa lasciare arido, a settembre si capisce se si vuole continuare a provare a cambiare qualcosa, o lasciarci stare.

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