Quando arrivavano anticipavano gli addobbi di Natale.
Allegri, colorati, festosi.
E profumava l’aria.
Era un mondo ordinato e felice.
O almeno provava ad esserlo.
I tempi erano giusti. Arrivavano né troppo presto né troppo tardi. Ancora ci divertivamo a strizzarne la buccia nel caminetto e a vedere la fiamma adirarsi con noi.
Ancora era Natale ed arrivava allegro come un dono, come le clementine che riempivano la dispensa e le nostre bocche.
Non ci sarà un novembre che non mi torneranno in mente. Che non mi acciufferà alla sprovvista il loro odore acre e dolce, come quello dei ricordi, della nostalgia, del latte che ribolliva appena munto.
Era un mondo chiaro. Semplici regole che non era necessario ripetere. Come le semine ché se le sai fare non devi ripeterle.
Nei magazzini il grano era alto e non c’erano allergie che potessero impedire di calarci dentro a nuotare, come se nel mare si fosse finalmente sciolto il sole e l’avesse imbiondito.
Ricordo l’avidità con cui risucchiavo tutto, come, forato il guscio, il tuorlo dell’uovo crudo.
Se non ne avessi una gelosia feroce, racconterei di un mondo che non c’è più, ma la cui bellezza resta vivida, l’ultimo schiaffo a ciò che è subentrato.

Ho vissuto quel mondo e mi è entrato nelle vene quando ancora erano tenere, quando ancora la barriera della Vita non si era alzata ad esigere difesa.

Se qualcuno mi avesse chiesto quale fosse il mio lavoro avrei detto: mantenere quel mondo.
I suoi volti, le sue strette di mano, le sue voci, le sue parole. Mantenere quel mondo, la sua disperata, disarmante, onnivora bellezza.
Perché non c’era posto per altro, come di fronte all’infinito.
Non c’è rimasto nulla.
Mi giro basita fra le pieghe della terra a cercarlo, ma è andato via.
Sarà scappato in un pomeriggio livido di pioggia violenta per non imbrattarsi le orme.
Sarà fuggito in una notte spietata che voleva portarsi via anche l’ombra.

Dove è andato? Dove si è nascosto? Chi ne sa? Chi lo conosce?
Chi sentirà ancora il suo profumo, le sue nenie, le sue carezze?

Voglio essere io. E mi strofino il volto per toglierne via l’oltraggio di chi è subentrato. Chiudo gli occhi e li riapro, per scuotermi il torpore e le sue brutte immaginifiche visioni. Voglio toglierne il tanfo dalle mie narici, dalle mie radici. Tiro ancora un sasso a rotolare lungo il selciato, faccia scivolare le risate, i sorrisi, i perduti sogni.
Perché si rideva.
Perché si rideva?
Le donne, sminuzzando fino con il coltello affilato, la carne del maiale ridevano. Ridevano sistemando il nodo del fazzoletto nero sotto il mento, ridevano mentre dalle gonne lunghe fino ai calzari facevano capolino le calze rattoppate. Ma ridevano.
Le ricordo mentre mi facevano posto in mezzo a loro. La ricordo, quando andavo con lei nel pollaio. A dar il pasto ai cani, a saccheggiare l’orto.
La ricordo, quando a sera, saltava sulla canna della bici e si affidava a un andare instabile per il vino preso in cantina.
Io li ricordo tutti, grani del mio rosario di pazienza.

Uomini e donne di pazienza, di amorevole pazienza, e dolcezza, e fermezza, e onestà.

Ricordo il mestolo di legno a lume di candela e le smorfie alla finestra per far credere a me, di aver mangiato pasta e mosche, la grande mano si agitava in cielo e poi buttava giù un’ipotetica cattura nella minestra : “Linardo mangia pasta e mosche” e mi bastava questo per sognare.
Ricordo il secchio colmo di latte, il cesto delle uova che consegnava la mattina, e lo sguardo di Umile, quando con il cappello in mano mi dava una carezza sul viso.
Quel mondo, vi giuro, non lo ritrovo più.
E non sono gli anni che mi hanno cambiato.
Qualcuno lo ha ucciso.
Avete idea chi?
Lo devo vendicare. Io lo voglio vendicare.
Ho fallito.
Il mio lavoro è fallito, non lo ho mantenuto in vita.

Ho perso. Ho perso tutto ciò che poteva perdersi.

E ciò che più mi fa rabbia: non lo ho dato a chi volevo. Non lo ho consegnato, testimone, a chi volevo dire: la Vita è bella. Ci si può vivere bene, ci si può voler bene. Ci si può stimare. Si può lavorare fianco a fianco o dirimpetto all’altro ed essere leali. Essere fedeli, essere reciprocamente grati.
Può arrivare Natale ed esserci bambini che aspettano le clementine, e sanno che odore hanno, che tempo hanno, che colore hanno. Perché qualcuno glielo ha insegnato. Qualcuno, un giorno ha preso la loro mano e dentro ci ha disegnato i contorni di un campo e un contadino che la mattina andava a recitare il rosario della pazienza. E nascevano i frutti.
Oggi no.
Oggi non siamo.
Nessuno sa chi siamo, che maschere indossiamo, che fede pratichiamo, che cosa custodiamo.
Tutti sanno tutto di tutti.
Mi capita spesso che la gente mi dica che cosa debbo fare, chi devo chiamare, come mi devo comportare, cosa devo coltivare, a chi devo vendere, come farmi pagare.
Tutti sanno cosa dirmi.
Nessuno sa chi sono.
Chi siamo.
Spesso ci dimenticano in un angolo, come le macchinette automatiche in un angolo di uno stanzone. Vai se ti prende la voglia di una cioccolata calda allungata. Se proprio hai sete, se non sai come ingannare il tempo.
Infili il gettone schiacci il pulsante. Se i tempi e il rifornimento non ti è consono, quando nessuno ti vede tiri un calcio e passi via.
Se invece proprio allora ti intestardisci pigi e pigi e pigi. E poi sparisci via.
Nessuno lo sa quando cala la notte cosa c’è nei campi del nostro andare. Nessuno ci fa compagnia. E’ passata la moda, il tempo l’attimo, la voglia, la frenesia.

La civetta resta attonita a fissare.

Le nostre lancette aspetteranno che la pioggia verrà, che il seme germoglierà, che il vento non ce lo ruberà, che la terra sarà feconda e poi, luna dopo luna, verrà il raccolto. E un uomo Qualunque ci dirà se vorrà o meno quei chicchi. E quando li caricherà sarà lui il padrone, il padrone del nostro tempo.
E tornerà la trebbia di San Giovanni nella mia memoria ai tempi in cui il grano si macinava e i sacchi immacolati erano segno di pane. Ce ne era per tutti.
E non continuate a leggere, perché sono le smemoratezze del tempo che avanza, avanza e ogni giorno ruba qualcosa.

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Sono nata in Calabria, sono avvocato e lavoro in un’azienda di famiglia incuneata fra il Pollino e lo Jonio dove l’aria austera del monte si immischia alla salsedine del mare, il che spiega quel senso di vertigini salate che, da sempre, il mio lavoro mi ha trasmesso. Mi piace masticare l’olio, i frutti e le parole. Credo che, in fondo, un nesso stretto ricomponga percorsi, storie, vissuti e mondi che distano apparentemente molto fra loro. E’ quel nesso che segna la mia ricerca.Amo gli orizzonti ampi, le parole scarne, i rapporti umani essenziali, in sintesi pecco di eccesso di sintesi e, questa colpa, me la porto anche nel mio succinto curriculum.
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    Se qualcuno mi avesse chiesto quale fosse il mio lavoro avrei detto: mantenere quel mondo.
    I suoi volti, le sue strette di mano, le sue voci, le sue parole. Mantenere quel mondo, la sua disperata, disarmante, onnivora bellezza.
    Perché non c’era posto per altro, come di fronte all’infinito.

  • Ricordi di Settembre…

    A settembre stiamo un po’ tutti così. Sospesi.
    Sospesi fra il vecchio e il nuovo. Fra i raccolti e le semine. Fra le albe e i tramonti e ci sembra che questi estremi siano più vicini di quanto ce lo ricordassimo, di quanto ci servirebbe per capire questi giorni come viverli, se appesi a una speranza o a un rancore. A settembre si decide cosa estirpare e cosa coltivare, cosa seminare e cosa lasciare arido, a settembre si capisce se si vuole continuare a provare a cambiare qualcosa, o lasciarci stare.

  • Una ruotata
  • Siamo incudine
  • Il Tempo che coltiviamo per voi
  • Limitrofi