Sconcerto, sbigottimento, spaesamento, alienazione, incertezza, ansia, dolore, paura, rabbia.
Il susseguirsi di sentimenti che affollano i nostri animi, in questo momento epocale, è infinito.
Infinito, come finito è lo spazio nel quale elaborarli.
Cozza, questa contraddizione, con un fragore esplosivo e forse distruttivo se non si trova il modo di spegnere la miccia, detonare l’ordigno.
Barricati in spazi insolitamente circoscritti, la mente affronta quei viaggi che al corpo sono banditi.
E vola. Nello spazio ininterrotto di passato e futuro, dove il presente diventa solo il pretesto, il tramite, il perché.
Non abbiamo risposte immediate al dove siamo e le cerchiamo nel passato in disordine, nel futuro che come la barriera del suono, ai nostri tentativi di attraversarlo, risponde con un tuono, un boato indecifrabile cui la prima umana reazione è l’angoscia.

Dove andremo?

L’unica indicazione la possiamo trovare nel da dove veniamo.
E’ tempo di provviste.
Provviste dell’anima.
E nel terrore di trovare vuoti gli ultimi scaffali che ci riforniscano il cibo del corpo, annaspiamo nel rifornirci del cibo dell’anima.
Affetto la pancetta con movimenti lenti. Quella lentezza dei grandi momenti. Quei gesti volutamente rallentati per cercare di capire il senso di ciò che sta accadendo.
Immancabilmente alle mie mani se ne sovrappongono altre.
Ai miei polsi altri.
Rivedo la doppia fede di mia nonna.
E mi chiedo come sia sopravvissuta.
Come e dove abbia trovato la forza di andare, andare altre alla Spagnola che la lasciò in vita, alla guerra che le bombardò una casa, alla malaria che la rese vedova giovanissima e ai 4 figli che crebbe, per vedere noi nipoti e saperci dare ancora dei sorrisi.
Le sue mani che impastavano la farina di vita e la vita di tenerezza e cura.

Forse è questa la ricetta?

Nel pomeriggio mi mandava in dispensa. Erano i miei giochi preferiti. Mi tuffavo in una stanza senza tempo perché colma di troppo tempo. Del tempo dedicato alle provviste.
I profumi avvolgevano il mio animo prima che i miei sensi.
Mi ritornano ora come un manto nel quale rifugiarmi.
Avevano perso la propria individualità, anche i più accesi, i più intraprendenti, i più egocentrici.
Si erano fusi in un Uno.
Senza annientarsi nel trasformarsi.
L’origano, l’aglio, la cipolla, si mischiavano con la terra che ancora proteggeva le patate, con l’aceto che, acre, preservavo i cibi dell’estate, con il lardo, con la carne stagionata.
Andavo lì.
E come il principe del regno del non tempo ne portavo via ciò che più mi aggradava.
Lo riversavo sul piano di marmo e nonna cucinava…
Alla fine la farina lavava tutto con il suo candido accecante.
Nonna prendeva il macina caffè azzurro, versava i chicchi ed io macinavo.
Il caffè si espandeva come uno spirito buono a riempire ogni fatica, a consolare ogni incertezza.

“Anche per oggi abbiamo mangiato”

La guardavo. Aver faticato tanto per tanti e poi chiudere così, laconicamente, il suo fare.
Il calore dei fornelli mi abbracciava, ed aspettavo che l’indomani mi riportasse, regina incontrastata di capricci culinari, a sceglie fra i pomodori secchi infilati uno stretto all’altro, le cipolline, il capicollo, lo strutto nel suo trono di terra cotta, la gelatina, gli scarti del maiale.
Domani avrei scelto una pizza con questi.
Nonna avrebbe rimboccato le maniche sopra i suoi polsi generosi e la avrebbe impastata, l’avrei spiluccata calda, come non si fa, ma come è obbligo fare, perché ci sono dei divieti imposti per essere infranti.
E in quel preciso boccone avrei rivisto e rivissuto i gesti certosini richiesti per avere le conserve invernali.
Le donne che impastano la carne sminuzzata, con il pepe, con il sale, con ciò che più aggrada.
Le olive ammaccata avrebbero troneggiato sulla lunga tavola che ci avrebbe ritrovati uniti, adulti con anziani con bambini e sarebbe stata festa. Feste senza che ce ne fosse motivo, tranne che d’essere tutti lì, nel giorno del Signore.
Io sono figlia di una dispensa.
La prima cosa che chiesi alla mia casa da sposata.

Voglio una dispensa.

Ma non era più un mondo da dispensa.
Io volevo i sacchi di cotone rigati dove mettere i ceci e i fagioli e le lenticchie, e volevo che i miei figli avessero potuto, come me, avere il privilegio di infilarci dentro le mani e sgranare ad infinito quei piccoli grani di lavoro, di fatica, di pazienza, di parsimonia e ricchezza.
Io volevo una dispensa dove il vino faceva il panno e diventava aceto.
Dove l’olio lasciava la chiazza indelebile sul marmo, dove poter dire: “non mi muovo più da qui”.
Perché qui imparo gli odori del mondo, i sapori del lavoro, i volti di chi ha pensato al futuro e celebra il presente.
La dispensa.
Quella che ora ci manca.
Quella che dobbiamo recuperare.
La dispensa dei nostri valori.
Dei valori della nostra terra, della nostra gente, del nostro Paese.
Là, una volta trovata la strada per accedervi, una volta superata la paura del buio che per primo ci accoglierà (c’è buio e freddo nelle dispense che preservano beni vitali) là troveremo come sfamarci.
Là ci sarà il passato il presente e il futuro, in una treccia d’aglio dall’odore acre e penetrante che ci preserverà da ogni virus dell’anima prima che del corpo.
Chi lo ha piantato, chi lo ha coltivato, chi lo ha scavato, seccato, intrecciato ci presterà le sue mani nodose e volitive, mani di speranza. Mani di pazienza. Mani di Provvidenza.
Quella che si ringraziava quando ci si metteva a tavola.
Quando il caminetto ero acceso e fra gli effluvi delle padelle ci si raccoglieva a recitare il rosario.
Non era uno schermo per cacciare via la malasorte, era un Dio fra Noi.
Torniamo lì, vi prego.

C’è una dispensa in ognuno di noi.

In ognuno di noi c’è il passo affrettato e affannato che in punta di piedi ci portava ad accendere uno spiraglio di luce da una lampadina fioca che aveva conosciuto l’austerità e poi si scioglieva sul benessere del lavoro di chi pensava a noi.
Torniamo a quella dispensa.
Dobbiamo ritrovarla e ricostruirla. Ne siamo stati lontano per troppo. Ha rischiato di svuotarsi completamente, ma siamo ancora in tempo, ne hanno bisogno i nostri figli, ne hanno bisogno i nostri vecchi.
Tocca a noi. Abbiamo avuto, dobbiamo dare.

Un grazie infinito ai nostri medici e infermieri che senza sosta lavorano sorretti dalla dispensa interiore che appartiene ad ognuno di noi.

  • Articoli
Sono nata in Calabria, sono avvocato e lavoro in un’azienda di famiglia incuneata fra il Pollino e lo Jonio dove l’aria austera del monte si immischia alla salsedine del mare, il che spiega quel senso di vertigini salate che, da sempre, il mio lavoro mi ha trasmesso. Mi piace masticare l’olio, i frutti e le parole. Credo che, in fondo, un nesso stretto ricomponga percorsi, storie, vissuti e mondi che distano apparentemente molto fra loro. E’ quel nesso che segna la mia ricerca.Amo gli orizzonti ampi, le parole scarne, i rapporti umani essenziali, in sintesi pecco di eccesso di sintesi e, questa colpa, me la porto anche nel mio succinto curriculum.
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    Se qualcuno mi avesse chiesto quale fosse il mio lavoro avrei detto: mantenere quel mondo.
    I suoi volti, le sue strette di mano, le sue voci, le sue parole. Mantenere quel mondo, la sua disperata, disarmante, onnivora bellezza.
    Perché non c’era posto per altro, come di fronte all’infinito.

  • Ricordi di Settembre…

    A settembre stiamo un po’ tutti così. Sospesi.
    Sospesi fra il vecchio e il nuovo. Fra i raccolti e le semine. Fra le albe e i tramonti e ci sembra che questi estremi siano più vicini di quanto ce lo ricordassimo, di quanto ci servirebbe per capire questi giorni come viverli, se appesi a una speranza o a un rancore. A settembre si decide cosa estirpare e cosa coltivare, cosa seminare e cosa lasciare arido, a settembre si capisce se si vuole continuare a provare a cambiare qualcosa, o lasciarci stare.

  • Una ruotata
  • Siamo incudine
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