La falanghina, da cui prende il nome l’omonimo vino, è uno dei vitigni più antichi del nostro Paese. La sua diffusione si deve ai Greci e ha toccato l’apice della notorietà e della produzione in epoca romana e medievale. Sembra che il termine falanghina significhi “vite sorretta dai pali” perché “falanga” era il nome del palo di legno usato per sorreggere le piante.

La falanghina è un vitigno diffuso soprattutto in Campania ed è uno dei vini più rappresentativi di questa regione.

Alcuni studiosi sostengono che l’uva falanghina dei Campi Flegrei coltivata nell’antica Puteoli (l’attuale città di Pozzuoli) sia addirittura la progenitrice del vitigno da cui si ottiene il pregiatissimo Tokay, vino-bandiera dell’enologia ungherese.
Si narra, infatti, che alcuni soldati di Re Ludovico I, venuto in Italia nel 1347 contro la cognata Giovanna D’Angiò, rea di aver ucciso il marito Andrea (fratello del Re d’Ungheria), abbiano riportato nel loro paese alcuni tralci di questo vitigno. I vitigni flegrei, tra l’altro, sono tra i pochi rimasti immuni all’attacco devastante della fillossera (quell’insetto originario dell’America del Nord che a partire dalla metà dell’800 ha distrutto le coltivazioni di mezza Europa) e questo salvataggio, avvenuto soprattutto grazie alla tessitura vulcanica del suolo flegreo, ha consentito a quest’uva di mantenere nel tempo le sue caratteristiche principali.

La denominazione Campi Flegrei DOC è nata nel 1994, comprende alcuni comuni ad ovest della provincia di Napoli e rappresenta una delle aree vitivinicole più importanti della Campania. Secondo il disciplinare, nella Falanghina Campi Flegrei DOC ci deve essere almeno l’85% di uva falanghina e può essere prodotta anche nelle versioni spumante e passito.

Il riconoscimento della Falanghina dei Campi Flegrei come vino dallo stile ben definito ed espressione del territorio ha tardato un pochino ad arrivare. Se, infatti, si può dire che, in generale, la rivalutazione di questo vitigno sia avvenuta a partire dal Secondo Dopoguerra, è anche vero che la valorizzazione di questo vino è incominciata in tempi più recenti, grazie ad alcuni produttori che hanno lavorato per renderlo una delle espressioni più significative del territorio.

A differenza dell’uva falanghina coltivata in altre zone, come nel Sannio ad esempio, quella dei Campi Flegrei dona vini dal corpo delicato, di colore giallo paglierino a volte con riflessi verdolini, leggeri profumi di fiori bianchi e di frutta esotica e una spiccata sapidità al palato, data soprattutto dalla vicinanza al mare e dalla ricca mineralità del suolo vulcanico. Sono vini di solito bevuti giovani, perfetti per l’aperitivo o in abbinamento a piatti di pesce. Ma cosa accadrebbe se tenessimo la nostra bottiglia di Falanghina Campi Flegrei ben conservata in cantina e aspettassimo più tempo prima di aprirla?

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Sono nata e vivo a Roma. Mi sono laureata in Lettere alla Sapienza e dopo un master in Web Marketing e New Media ho lavorato nel settore della Comunicazione e degli eventi. Oggi mi occupo di divulgazione cinematografica in ambito museale e amo viaggiare in maniera spasmodica. Sono cresciuta in una famiglia di astemi, ma visto che ho sempre fatto il contrario di tutto e di tutti, ad un certo punto della mia vita ho deciso di diventare sommelier. Amo il vino in tutte le sue sfaccettature, ma quello che mi piace di più è indagare i legami e scoprire le intermittenze che ci sono tra il mondo del vino e quello dell’arte. Le mie degustazioni sono sempre delle occasioni per condividere, con amici e curiosi, le suggestioni e i richiami tra le note sensoriali di un vino e l’universo artistico. Forse la mia si può chiamare deformazione professionale, ma ormai non riesco più a coltivare le mie passioni per il cinema, il cibo e i viaggi senza condirle con tannini e perlage.
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