Giorni fa mi sono fatta una bella chiacchierata con il caro Lele Corvi, disegnatore, illustratore e vignettista, autore di fumetti e strisce (è appena uscito un suo libro a fumetti sulla vita di John Belushi); Lele collabora da anni con l’Agenda Comix, disegna attualmente per Il Manifesto, L’Eco di Bergamo, il Cittadino e fa illustrazioni per privati e aziende; voi direte “cosa c’entra un vignettista con un magazine di enogastronomia?” è presto detto, perché Lele vive e lavora a Codogno, il paese balzato agli onori della cronaca come il centro nevralgico dell’epidemia di Coronavirus in Italia.

D: Lele, raccontaci com’è iniziato il tutto

R: Il virus è in giro da tempo, chiamiamola fortuna o sfortuna. Di fatto un ragazzo 38enne di Codogno, con una vita sociale attivissima (uscite serali, varie attività sportiva) si è presentato in ospedale con dei sintomi ed è risultato positivo al virus. Il primo paziente italiano ad esserlo…
Sicuramente questo poteva accadere in qualsiasi altro ospedale d’Italia, si vocifera addirittura come alcuni medici già da 20/30 giorni prima dell’allarme, registrassero “strane” polmoniti (magari riconducibili al coronavirus, ma non sta a me dirlo…)

D: Come vive Codogno il passaggio da essere un tranquillo paese del Nord Italia a ritrovarsi con le vie di accesso bloccate dall’Esercito?

R: Ho fatto una striscia proprio su questo argomento (la striscia è quella che trovate divisa in tre parti in questa intervista [n.d.r.]) I grandi problemi sono sempre visti come qualcosa di lontano da noi, ci meravigliamo perché – che so io – i migranti vengono in Italia, fuggendo da situazioni drammatiche, ma per noi questi non sono fatti che ci colpiscono davvero in prima persona, i problemi sono sempre degli altri. Invece oggi, anche se la questione si sta espandendo e temo che presto anche le altre nazioni saranno toccate da questo virus, oggi la questione si è ribaltata a nostro svantaggio, oggi il problema ce l’abbiamo noi – anzi – siamo noi stessi un problema per qualcun altro, per chi è fuori da Codogno, per chi è estraneo ed esterno a noi.

D: Com’è cambiata la giornata tipo tua e della tua famiglia?

R: Il mio nucleo familiare è composto da me, mia moglie Daniela (farmacista) e i miei due figli Andrea ed Eleonora (universitari) e – ad oggi – siamo tutti in quarantena.
La mia giornata tipo non è molto cambiata in quanto ho lo studio in casa e lavoro da qui. Il tragitto è quindi letto – colazione – studio in casa. Certo non resto barricato tra le quattro mura ma vado in bici, esco ecc.
Per i miei figli invece la vita sociale è stata stravolta, hanno dovuto rinunciare ad uscite, incontri con amici e quant’altro e anche le università sono chiuse, ci sono stati spostamenti di inizi corsi ed esami.
Mia moglie, infine, continua a lavorare in una farmacia di Codogno che opera però a battenti chiusi, per cui si fanno entrare poche persone alla volta e la fila la si fa fuori, davanti l’ingresso.

D: Scendiamo nello specifico della situazione approvvigionamento beni di consumo e situazione nei supermercati. Sono stati effettivamente svuotati? E’ stato riscontrato un aumento dei prezzi e avvengono controlli in merito?

R: Appena scattato l’allarme la comunicazione delle autorità competenti è stata molto scarsa, nel caso della mia famiglia la fortuna è stata che mia moglie avesse fatto spesa proprio a ridosso dell’allarme. Per farti un esempio di quel che è però accaduto ti basti sapere che all’inizio era stata assicurata l’apertura domenicale dei supermercati di Codogno, cosa che non è avvenuta, gli unici aperti erano nella cittadina limitrofa (Casalpusterlengo) dove si sono ammassate code infinite fuori dai locali. E’ ovviamente un qualcosa di assurdo in quanto – se da una parte si sconsigliavano gli assembramenti di persone – ecco che davanti agli unici supermercati aperti si era creata una fila composta di persone ammassate le une sulle altre. Passato il primo caotico weekend sono arrivate notizie di aperture regolari. Io e mia moglie abbiamo trovato supermercati dove si poteva entrare solo se dotati di mascherina e altri in cui quest’obbligo non c’era. A quel punto l’unica accortezza è stata di fare una spesa veloce anche se corposa. Non ho visto carrelli stracolmi né scaffali vuoti, quantomeno la mattina; la sensazione è che la situazione si sia oramai normalizzata, con orari di aperture/chiusure simili ai normali orari.

D: Raccontami se sono cambiate le vostre abitudini alimentari e se il Comune vi ha appoggiati rifornendovi di qualche genere specifico per affrontare la quarantena.

R: Per ciò che riguarda la nostra famiglia non ci sono stati cambiamenti e disagi di alcun tipo, ci siamo riforniti nei supermercati acquistando a bisogno, anche verdure in busta. L’unica cosa che forse scarseggia è la frutta, non avendone presi grossi quantitativi bisognerà tornare a rifornirci perché si esaurirà presto. Per il resto non siamo stati riforniti di nulla dalle autorità competenti, anzi, c’è stata una polemica relativa alle mascherine che – a detta di molti – servono poco o niente a proteggersi ma sono fondamentali per chi – positivo – decide di uscire di casa e non deve infettare gli altri. Ecco, erano proprio le mascherine a scarseggiare in paese e nessuno ci ha rifornito in tal senso, solo ultimamente queste vengono nuovamente consegnate alle farmacie.

(Aggiornamento del 4 Marzo 2020: sono state consegnate gratuitamente alla popolazione 6.000 mascherine ma sono andate esauite in quattro ore non soddisfacendo la richiesta totale).

D: I negozi sono chiusi e i ristoranti, i locali? Com’è la situazione di chi ha queste attività? E come venite assistiti in termini di informazioni e comunicazione dalle amministrazione locale?

R: Ti confermo la chiusura di locali e bar, le uniche attività aperte sono supermercati e farmacie. Anche le feste o le funzioni religiose sono vietate. Ovunque ci sia possibilità di creare un assembramento questo viene impedito. Pare che a livello nazionale prenderanno provvedimento per venire incontro a questi esercizi che – comunque – continuano ad avere spese fisse ma – non potendo aprire – non hanno entrate. A livello locale, purtroppo, ancora una volta devo segnalare un’informazione scarsa o anche inesistente, a livello che si viaggia con il pettegolezzo su Facebook che – anche se raggiunge tanti di noi – magari non arriva ad alcune categorie come gli anziani che non hanno modo di accedere alle piattaforme social. Ultimamente è stata istituita però una radio locale, chiamata Radio Zona Rossa, dove vengono trasmesse due volte al giorno le news di Codogno.

D: Chi invece lavora fuori Codogno oppure ha terreni o allevamenti fuori dal paese, come sta vivendo la situazione?

R: Gli agricoltori vivono attaccati ai loro campi e ai loro allevamenti, il problema si rileva più che altro per i lavoratori che devono entrare o uscire dalla zona rossa per andare a lavoro. Per loro questa zona resta off limits, nel senso che se io lavoro in un altro paese in automatico la mia assenza viene giustificata come “malattia” proprio per arginare il più possibile la diffusione del virus.
In merito alla zona rossa vorrei segnalare che molti ne sono usciti, non solo i primi giorni, quando non c’era la presenza dell’esercito a presidiare le strade ma anche dopo. Come già evidenziato da altri quotidiani, alcuni concittadini hanno attraversato i campi per uscire dalla zona rossa e far spesa altrove. Ritengo la cosa pericolosa e da irresponsabili, soprattutto alla luce del fatto che – ad oggi – non c’è alcuna emergenza alimentare per cui non v’era bisogno impellente di recuperare provviste alimentari.
Intervista rilasciata il 27 Febbraio 2020

 

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Vicedirettore di questa rivista nonché blogger, giornalista, laureata in comunicazione, parlo di food ma non solo; recensisco locali ed eventi, racconto di persone e situazioni su siti e riviste. Qui su Cavolo Verde – sperando di non essere presa troppo sul serio – chiacchiero, polemizzo, ironizzo, punzecchio e faccio anche la morale.
In sintesi? Scrivo – seriamente – e mi piace. Tanto.

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