Monterosso è l’unica Cinque Terre ad avere lunghe spiagge. Se oggi questo garantisce a Monterosso una vocazione turistica balneare, un tempo permetteva agli abitanti un’attività di pesca altrettanto importante dell’agricoltura basata sui terrazzamenti, dato che le barche potevano essere tirate in secca sulle spiagge e le reti potevano esservi messe ad asciugare. La pesca più importante fra tutte era la pesca all’acciuga.
Secondo i miei interlocutori, prima dell’arrivo del turismo di massa a Monterosso c’erano diversi equipaggi che andavano da sei a dieci pescatori, che si imbarcavano sui famosi gozzi liguri. Fino all’inizio del Novecento però si usavano invece i leudi, grosse imbarcazioni da trasporto tipiche del mar Tirreno, che possono arrivare fino a 16 metri di lunghezza, con i quali i pescatori andavano a pescare in mare aperto, verso l’Elba, la Maddalena o la Gorgona, nella cosiddetta “campagna dei cento giorni”, dai primi di maggio ai primi di agosto, e si portavano dietro dei barili in cui salavano direttamente le acciughe a bordo della barca. A Monterosso, ancora all’inizio del Novecento, c’erano uno o due leudi, ma la maggior parte di essi veniva da Camogli, da Santa Margherita e da Sestri Levante e si fermavano a Monterosso per imbarcare dei marinai come equipaggio.
Nella prima metà del Novecento i leudi furono gradualmente sostituiti dai gozzi, lunghi fino 9 metri, e dai gozzetti, che in genere non superano i 6 metri. Abbandonata l’impegnativa campagna dei cento giorni, la pesca all’acciuga fu portata avanti nelle acque locali e la salagione divenne un’attività femminile.

La pesca a Monterosso era un’attività così rilevante che il pescato veniva venduto negli altri paesi delle Cinque Terre e anche oltre, dalla Spezia a Sestri Levante.

La vendita del pesce era a sua volta un’attività tipicamente femminile e in ogni paese c’era almeno una monterossina che vi portava il pesce in treno, da quando c’è la ferrovia (e prima a piedi). Se dunque la pesca era un’attività maschile, la vendita del pescato era prettamente femminile e rappresentava per alcune famiglie una fonte di reddito importante. Tuttora sono perlopiù le mogli dei pescatori a vendere il pesce nelle pescherie o sui carretti per strada. La pesca veniva integrata da altre attività e se i proprietari delle barche e dei fondi agricoli alternavano pesca e agricoltura, i più poveri alternavano il mestiere di marinaio a quello di operaio o di bracciante nei terreni altrui.
Nel 1929 è stato introdotto il metodo della lampara, che consiste nell’attirare i pesci in superficie grazie a una lampada alimentata da un motore montata su una barca ormeggiata al largo, per poi catturarle con una rete chiamata tremaglia o tremagli, formata da tre maglie distinte, le due più esterne con maglie larghe e quella interna con maglie strette.

I pesci che passano nella prima maglia restano intrappolati nella seconda, che finisce per formare una specie di sacchetto.

Questo sistema consente di prendere solo i pesci della misura giusta, in quanto quelli più grandi non passano dalla maglia più grande e quelli più piccoli sfuggono dalla maglia più piccola.
Il “capobarca” vendeva tutto il pesce all’asta e poi spartiva il profitto in questo modo: una parte al proprietario della barca grossa, mezza parte al proprietario della barca piccola (quella della lampara), due parti al proprietario della rete, una parte al proprietario del motore, una parte al proprietario della lampara e una parte ad ogni membro dell’equipaggio. In genere il proprietario della barca (o delle barche, perché la lampara necessitava di una barca a sé) era anche il proprietario della rete, del motore e della lampara, per cui al “padrone” toccava di fatto quasi metà del pescato. Ogni pescatore aveva inoltre diritto alla spesa, cioè una parte di pescato indipendente dalla quantità effettivamente pescata che veniva garantita solo per aver partecipato alla pesca.

Se per caso non si pescava abbastanza, il padrone era comunque tenuto a pagare in contanti ai marinari l’equivalente della “spesa”.

Come abbiamo accennato, la pesca più importante era la pesca all’acciuga. Le acciughe venivano un tempo pescate con le lampare a fine giugno, e in particolare il 29, giorno di San Pietro, nelle acque locali e poi sottoposte a un particolare trattamento di salagione che consentiva di consumarle anche un anno dopo. In teoria in quel periodo passano nel tratto di mare davanti alle Cinque Terre le acciughe dell’età e della dimensione “giusta”. Dopo la pesca, i pescatori vendevano le acciughe all’asta. Chi non aveva pescatori in famiglia acquistava le acciughe soprattutto per salarle, in modo da avere una riserva di cibo che sarebbe durata per tutto l’anno, ma praticamente tutte le famiglie erano coinvolte nella salagione. Delle acciughe salate, però, parleremo la prossima volta.

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Francesco Bravin è un milanese imbruttito di origini friulane, dottore di ricerca in antropologia presso l’università di Genova, ha condotto una ricerca etnografica alle Cinque Terre sul ruolo dei prodotti tipici locali nell’immaginario turistico, dove si è dovuto sacrificare partecipando a tutte le sagre e le degustazioni di vino. Ha organizzato laboratori didattici in diverse scuole superiori a Milano, Brescia e Savona e al momento collabora come tutor didattico per le Scienze Sociali con l’università eCampus e con l’istituto Grandi Scuole. È presidente e fondatore dell’associazione Antropolis, che a Milano cerca di portare l’antropologia fuori dalla torre d’avorio accademica, nonché socio fondatore di ANPIA e, all’interno di questa, membro della commissione Scuola ed Educazione e del Consiglio dei Saggi. Nel tempo libero fa l’accompagnatore turistico, il biker e lo schermidore storico.
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    Si tratta di un vino passito con gradazione alcolica di almeno 13,5°, giallo dorato con riflessi ambrati, dal profumo intenso passito con note di miele, dal sapore dolce e abboccato, con retrogusto mandorlato.

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