Il lockdown legato all’emergenza covid ha inevitabilmente cambiato tutte le nostre abitudini, comprese quelle alimentari. La nostra cultura, permeata di mediterraneità, e perciò anche di convivialità ed elevato livello di socialità, ha subìto drasticamente una limitazione a tutto ciò che era fuori dal perimetro domestico. Sembra quasi che l’esperienza appena vissuta, e non del tutto risolta, abbia messo a dura prova la nostra “adultità”, perché solamente un approccio adulto può averci salvati dagli eccessi, in tutti i campi, tavola compresa.

Non si era mai vista un’esperienza così globale come questa appena vissuta, e ancora fresca nella nostra memoria, né si era pronti a fronteggiarla. La limitazione dell’attività fisica all’aria aperta, che era tra le linee guida del Ministero della Salute, ha visto drasticamente diminuire la famosa soglia dei diecimila passi al giorno, che sono alla base di uno stato di benessere e sano stile di vita. Solo in un contesto di quel tipo è possibile mantenere anche uno stile alimentare equilibrato.

Nel migliore dei mondi possibili, sono sicura che non ci sarebbero stati problemi, ma inizialmente – vi assicuro – che il mio telefono a fine febbraio era un susseguirsi di messaggi di sospensione di piani alimentari “a quando le cose miglioreranno”… come se mangiar bene fosse prorogabile, in qualche modo, a tempi migliori.

Quello che invece mi auspico sia successo nelle nostre case, è un possibile adattamento a ciò che la situazione offriva con l’obiettivo di limitare i danni legati ad una situazione di sedentarietà e sconforto.
Perciò, chi ha avuto la possibilità di allenarsi e mantenersi in forma anche dentro casa spero lo abbia fatto, come anche spero che la preparazione dei pasti sia stato un momento di condivisione e non di sacrificio e che la spesa abbia prediletto prodotti freschi, soprattutto ortaggi e frutta.
Le notizie rimbalzate sui mass media in realtà, non lasciano ben sperare che questo sia accaduto, perché c’è chi vorrebbe raccontarci che, durante tutto il periodo di quarantena, sia aumentato il consumo di junk foods e via dicendo, come anche il consumo di alcolici.

Tutte queste notizie, però, non vanno lette solo nella prospettiva di una scorretta alimentazione, ma probabilmente meritano una interpretazione più sottile: la paura del nemico, un nemico invisibile che si poteva combattere “con la dispensa piena”.

Quantità, e non sempre qualità, hanno guidato le nostre scelte una volta giunti davanti agli scaffali del supermercato ovvero online, visto che c’è stato un boom nel mondo dell’e-commerce.

La corretta alimentazione è piuttosto una forma mentis, un corretto stile di vita che conosce bene la strada da percorrere.
L’occasione che andava colta, per chi ha trascorso questo tempo con i propri bambini, per esempio, poteva essere quella di insegnare loro come preparare una semplice merenda, godendo dello stare insieme.
Mi ha fatto riflettere una domanda distratta –ma non troppo- che mio figlio ha posto al suo papà, durante una delle tante cene in casa di quel periodo: – Papà, è normale mangiare ogni giorno la tua insalata? –
Intanto, sono gelosissima del fatto che la domanda non sia stata rivolta a me (sic) ma mi ha comunque comunicato una felicità profonda! Non abbiamo sbagliato del tutto! Ci sono dei punti fermi, anche nell’alimentazione, che si comunicano allo stesso modo con cui trasmettiamo tutto il resto, nonostante le situazioni sfavorevoli, e cioè con l’esempio.

Conosco molte mamme che hanno “convertito” il loro stile di vita alimentare verso scelte semplicemente più equilibrate, perché avevano capito che andava fatto anche per amore verso i propri figli. Ma non ci sono sconti per nessuno, perché anche i non – genitori avrebbero potuto iniziare questa avventura, per amore verso se stessi, e spero vivamente lo abbiano fatto.

L’ingrediente più importante è l’amore e non lo scrivo perché la pandemia mi ha reso romantica, perché non c’è nulla di romantico in questa emergenza, non ancora conclusa, lo scrivo con una consapevolezza rinnovata, che mi fa andare avanti con più forza ed è quello che spero di avervi trasmesso. Il resto è appendice.

Dopo queste confessioni da nutrizionista, vi regalo la ricetta della merenda che, in casa nostra, ha rappresentato il periodo di confinamento, non perché l’abbiamo preparata ogni giorno, ma perché abbiamo riscoperto il piacere delle cose buone, che si mangiano davvero a piccole dosi, perché appartengono alla memoria di un tempo passato, il tempo della felicità: il salame vichingo di nonna Papera.

Ingredienti

2 tuorli
2 cucchiai di zucchero
150 g di burro
2 cucchiai di cacao amaro
1 bicchierino di Curaçao
200 g di biscotti secchi

Sbattete insieme i tuorli e lo zucchero finché la crema si gonfia. Fate sciogliere il burro a bagnomaria e unitelo ai tuorli con lo zucchero, il cacao e il Curaçao, mescolando alla perfezione. Tagliuzzate i biscotti a pezzetti piccolissimi, che unirete alla crema. Mescolata finale. Versate il tutto in una carta oleata, dando al dolce la forma di un salame, e chiudete le estremità. Mettete il “salame” in frigorifero e toglietelo quando si sarà indurito. Allora togliete la carta e… affettate!

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“Le carote sono cotte” è la metafora gastronomica che ho scelto nella mia bio sui Social, a significare quante cose si possono dire parlando di cibo. Non sono chef, ma piuttosto sperimentatrice,d’altro canto cosa può fare in cucina una Biologa che si occupa di corretta alimentazione tutto il giorno? Troverete i risultati nel mio Blog GiocaSorridiMangia.
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