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Vino senza solfiti…lasciamo fare alla natura

04 Agosto 2015

La sperimentazione che azzera i solfiti in cantina

Nel Lazio tre nuovi Vini Senza Allergeni attraverso un finanziamento comunitario (misura 124 PSR regione Lazio).

Presentato a Roma a Palazzo Antonelli Il progetto dell’associazione ProBio, in collaborazione con l’Università della Tuscia che ha coinvolto la “Cooperativa Capodarco”, “Castello di Torre in Pietra” e “l’Azienda biologica De Sanctis”.

Quante volte vi è capitato di bere un buon bicchiere di vino ma dopo un pò avere un cerchio alla testa o problemi di digestione? Forse potrebbe essere colpa dei solfiti.

E già, perché questi antiossidanti presenti in molti prodotti alimentari, non risparmiano nemmeno i processi di lavorazione del vino, e nonostante non sianoi più dannosi tra i conservanti utilizzati dall’industria alimentare, non sono certo sostanze raccomandate dai nutrizionisti.

Il problema è che il vino è uno degli alimenti che ne contiene in maggiori quantità, essendo questi già presenti naturalmente a seguito della fermentazione alcoolica, infatti l’anidride solforosa è presente in natura, e la fermentazione effettuata dai lieviti presenti sulla buccia dell’uva può generare fino a 40 mg/l di solfiti.

In realtà quelli incriminati sono i cosiddetti “solfiti aggiunti”, utilizzati nella produzione del vino, in vari momenti e con diversi scopi, attraverso la solfitazione,che evita l’ossidazione del succo, limita lo sviluppo dei batteri, permette ai lieviti di avviare e portare a termine una corretta fermentazione nonché a stabilizzare il vino nel tempo. 

Dunque eliminarli completamente non è possibile, ma ridurli sensibilmente, mantenendo a livelli minimi quelli naturali, è una realtà.

Realtà sempre più frequente grazie a produttori responsabili ed ecosostenibili che operano con etica, produttori come “Cooperativa Capodarco”, “Castello di Torre in Pietra” e “Azienda biologica De Sanctis”;

tre aziende laziali che con il coinvolgimento dell’Università della Tuscia, si sono unite in un progetto dell’associazione ProBio (Produttori biologici laziali) finalizzato a questo ambizioso risultato attraverso un finanziamento comunitario (misura 124 PSR 2007-2013 della Regione Lazio).

Le tre cantine, già in possesso da anni della certificazione biologica, si sono impegnate in questa sperimentazione per cercare di avere un profilo organolettico dei loro primi vini senza allergeni analizzandone la qualità e l’interesse dei consumatori, facendo da apripista a tante altre aziende associate e non a ProBio, e intraprendendo una nuova strada che si spinge oltre ed apre rinnovati scenari di mercato. 

A livello mondialela superficie dei vigneti biologici è più che triplicata raggiungendo 311.000 ettari nel 2013 (fonte FIBL, IFOAM, SOEL),conun tasso di penetrazione esponenziale in Italia che va dal 2% al 16,80% del 2015.Negli ultimi 10 anni infatti,nel nostro paese, le cantine certificate per produrre vino biologico sono aumentate di 3 volte  con oltre 1.300 aziende attive sul territorio nazionale.

Ma veniamo ai tre vini frutto del progetto e presentati a Roma a Palazzo Antonelli in un convegno moderato dal giornalista Fabio Turchetti con la partecipazione del Prof. Marco Esti dell’ Università degli Studi della Tuscia, dell’agronomo Leandro Dominicis,del giornalista enologo Pier Francesco Lisi oltre ai tre produttori delle cantine coinvolte: Filippo Antonelli (Castello di Torre in Pietra), Luigi De Sanctis (De Sanctis) e Salvatore Stingo (Capodarco).

I tre vini degustati nella deliziosa cornice del giardino interno dello storico Palazzo di via Monserrato a pochi passi da Campo dei Fiori sono:

-Macchia Sacra (fiano in purezza) della cantina Castello di Torre in Pietra, 

- 496 Frascati Doc (70% malvasia di Candia e 30% trebbiano toscano) dell’azienda biologica De Sanctis di Frascati 

- Don Franco, un rossomontepulciano e sangiovesedella cooperativa Capodarco, di Grottaferrata.

Le tre etichette già in commercio con duemila bottiglie per Capodarco e De Sanctis, e quattromila per  Castello di Torre in Pietra, hanno avuto una buona risposta dei consumatori. 

Ma cosa si intende  quando si parla di solfiti o più propriamente di anidride solforosa, da indicare obbligatoriamente in etichetta con la dicitura “Contiene Solfiti” se superiore a una quantità di 10 mg/litro? La FDA (Food and Drug Administration) statunitense ne ha proibito l'uso sui cibi da consumare freschi, la Svizzera e l'Australia ne hanno vietato l'impiego.

In effetti, oltre che in vinificazione, i solfiti vengono usati in moltissimi alimenti: baccalà, gamberi, crostacei freschi o congelati, frutta secca, prodotti sott'aceto e sott'olio, marmellate, etc.

Proprio per questo, la dose giornaliera ammissibile di anidride solforosa per l'uomo, stabilita dall'Organizzazione mondiale della sanità, viene spesso superata con facilità anche da un bevitore moderato.

Tra i disturbi che queste sostanze possono generare vi sono la riduzione nella capacità di assorbimento della vitamina B e B12., fenomeni di ipersensibilità (soprattutto nelle persone asmatiche), reazioni allergiche, difficoltà digestive, faringite, mal di testa, ansia, fino a una serie di fastidiose conseguenze che riguardano in particolar modo le donne quali aumentato rischio di osteoporosi e acutizzazione della sindrome premestruale.

E allora è veramente indispensabile l’utilizzo dell’anidride solforosa per la produzione del vino visti i potenziali e molteplici rischi? Sembrerebbe proprio di no.

“La solforosa è una sostanza polivalente, antimicrobica e antiossidante, e relativamente economica – ha sottolineato il professor Marco Esti dell’Università degli Studi della Tuscia -. Elimina quel carattere svanito tipico dei vini ossidati, attenua gli aromi sgradevoli e conserva più a lungo la freschezza. Ma il progetto ha dimostrato che si possono fare buoni vini naturali senza usare allergeni, allargando la tipologia produttiva presente sul mercato e controllando la fermentazione malolattica nei vini bianchi, con il risultato di avere prodotti più stabili senza note di ossidazione”.

“Già i Greci usavano lo zolfo per sanificare le vasche di fermentazione - ha osservato il giornalista enologico Pier Francesco Lisi - ma è solo nel 1800 che l’anidride solforosa entra in cantina come antisettico, e per proteggere gli aromi e la freschezza del vino. Tuttavia attraverso l’agricoltura biologica e senza solfiti si possono fare vini più sani, più controllati, di qualità e con percentuali più basse di solforosa naturale”. 

Ma come riconoscere un vino senza solfiti dall’etichetta? 

Di seguito alcune indicazioni date dall’Agronomo Leandro Dominicis su quanto può essere riportato sui vini solfiti free:

•CONTIENE SOLFITI> 10 mg/l;

•CONTIENE SOLFITI FRUTTO DEL NATURALE METABOLISMO DEI LIEVITI DURANTE LA FERMENTAZIONE;

•Qualità Vegetariana Vegan®

•NON CONTIENE ALLERGENI AGGIUNTI

Quindi, fermo restando che l’importante è cercare di bere sempre vini di qualità e in dosi adeguate, da domani magari diamo un’occhiata in più all’etichetta dei vini che acquistiamo e controlliamo anche i solfiti.

 

 

Agricoltura Capodarco 

Viale S. Nilo, 10 - Grottaferrata (Rm)

Tel 06 94549191

www.agricolturacapodarco.it

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Cantina Castello di Torre in Pietra

Via di Torrimpietra 247 - 00050 Torrimpietra (Rm)

Tel 06 61697070

www.castelloditorreinpietra.it

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Cantina De Sanctis

Via Pietraporzia, 50 - 00044 Frascati (Rm)

Tel 340 3962771 - 340 3962772 - 340 7058552

www.frascati-wine.com

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