Sorprendente Genova nascosta…

In fondo all’autostrada dei Trafori si spalanca il mare, agognato dopo due ore di risaie e saliscendi tra le colline piemontesi. E lì, incastonata come un cristallo tra le rocce è cresciuta Genova, la cui planimetria e viabilità rimangono un mistero ai più non svelato.

Lasciamo la macchina al primo parcheggio che incontriamo, affamati e ubriachi di curve e svincoli, dopodiché chiediamo a due ragazzi dove trovare un buon aperitivo con “stuzzico”.

Bar Berto in Piazza delle Erbe: il nome evoca antichi mestieri ed ispira fiducia. Tocca ricredermi sui genovesi, ritenuti rudi e invece gentili, disponibili a condurre noi stranieri tra i dedali di viuzze sporche e cupe.

Ti aspetteresti le peggio cose da un luogo di passaggio, un porto attivo e operoso. In effetti Genova è cattiva, lurida, rumorosa, stancante.

Poi ad un tratto la rivelazione. Lo stracchino caldo che cola fuori da una focaccia di Megli fritta e morbida. Le si perdona tutto. Il prosciutto tagliato a coltello da mangiarci insieme è il colpo di spugna che cancella i peccati della repubblica marinara.

Nel tavolo di fianco al nostro una squadra di sportivi maltesi ubriachi intona canti e svuota bottiglie di vino e superalcolici. Il barista ci spiega che le fave verdi e fresche che si stanno lanciando come scolari da sette in condotta sono un aperitivo di stagione, servito al posto delle classiche patatine.

In una vetrina sulla strada capeggiano teglie di farinata di ceci, unta, sapida ed economica. La Liguria è tutto lo street food che posso immaginare. E per questo le sarò eternamente grata.

Chilaquile, la colazione messicana

Premetto che definire la cucina messicana è difficilissimo; un territorio tanto immenso e con una storia e una identità culturale così marcate in ogni Stato della Confederazione non possono che produrre una quantità infinita di piatti.

Ma per presentarvi la cucina messicana parto dal Chilaquile.

È un piatto che mette d’accordo tutti, e che non esiterei a definire il “comfort food” messicano, un po’ il corrispondente della nostra lasagna.
È una pietanza che si consuma per colazione (in Messico non è molto diffusa l’abitudine di iniziare la giornata con qualcosa di dolce) e deriva dall’abitudine antichissima di fornirsi sin dal mattino di molta energia, anche per lavori altamente fisici.

La parola CHILAQUILE deriva dall’antico idioma preispanico Nahuatl (chilaquilli), e significa “messo nel chile”.

È composto da una base di totopos (le nostre “polentine”, che in Italia qualcuno definisce erroneamente nachos), conditi con una salsa di chile verde o rossa; a questa base vengono aggiunti ingredienti di proprio gusto ma il classico chilaquile contiene o pezzetti di pollo lesso o uova fritte.
Si aggiungeranno alla fine cipolla ad anelli, cilantro tritato (coriandolo) e crema di latte per guarnizione.
Se ben preparato, questo piatto raggiunge un equilibrio di sapori (piccante, salato, dolce e amaro insieme) che giustifica la imperitura passione che tutti i messicani hanno per questa robusta e saporita colazione.