Metti una sera a cena a magna’ romano all’Osteria Fratelli Mori

Era quasi un anno che mancavo dal mondo degli eventi food & wine romano. Questioni di scelte di vita, di impegni di lavoro, di altro; questioni che ti portano lontano ma poi, con la naturalezza di un elastico, ti riportano da dove sei partita per ricominciare da dove hai lasciato, comunque completamente diversa da come eri prima.

L’occasione per il ritorno è stata una cena stampa organizzata all’Osteria Fratelli Mori. Cavolo Verde parla e punta solo sulle eccellenze del panorama enogastronomico ed è per questo che ho tenuto a parteciparvi: insomma, sapevo che qua se magnava bene…

Com’è che si dice, il mondo (del food) è piccolo, la gente mormora, critica, osanna, (si) vende ma poi, gli addetti ai lavori, lo sanno dove sta la vera qualità. E i Fratelli Mori sono un posto bello.

Il locale ha circa 15 anni di lavoro alle spalle, vissuti sotto il nome di “Novecento”; sorge in zona Piramide (Via dei Conciatori, 10) e fu aperto da Ambrogio, padre di Alessandro e Francesco (i fratelli Mori, appunto) che amava cucinare per parenti e amici e un giorno scelse di fare di questa sua passione il suo nuovo lavoro, coinvolgendo tutta la famiglia.

Gli anni sono passati, Ambrogio è venuto a mancare ma i figli e la moglie Giuliana hanno portato avanti il suo sogno che era poi anche il loro. Col tempo però, i ragazzi hanno acquisito una consapevolezza che li ha portati a ricercare un cambiamento, così tutto è partito dal cambio del nome, poi la ristrutturazione ad hoc (ai muri troverete opere originali firmate dai Poeti del Trullo) e una rivisitazione del menu.

Ottimo il rapporto qualità prezzo, con le abbondanti porzioni tipiche delle Osterie romane. Aperti sia a pranzo che a cena, il giorno sfamano circa 200 affamati lavoratori dei dintorni, con una carta ristretta e piatti legati alla tradizione della settimana romana (perché a Roma, per esempio, il Giovedì se magnano gli gnocchi!)

Nella carta dei vini tante etichette naturali (circa il 70/80%) “colpa” dell’esser due fratelli sommelier e la sera, a cena, una carta con più proposte, tipiche romane, legate ovviamente alla tradizione e alle stagioni ma non solo, anche alcuni piatti della tradizione familiare, amati dai proprietari e riproposti per il piacere del palato dei fortunati avventori.

Uno di questi è il baccalà mantecato.

Penso che nulla sia più lontano della tradizione culinaria romana come il veneziano baccalà mantecato, eppure io non posso che consigliarvelo. So che sembra un ossimoro: una vi consiglia “de magna’ romano” ma il piatto che l’ha fatta lacrimare di piacere è veneziano. Evabbeh! Facciamo che sono le tipiche incongruenze femminili, facciamo che – come vi dicevo poc’anzi – alcuni piatti del menù sono legati alla tradizione di famiglia (e questo baccalà era una ricetta di papà Ambrogio con cui incantava tutti i suoi amici a tavola) ma tant’è. Provatelo e poi mi saprete dar ragione.

Dopo un excursus doveroso sui fritti che a Roma fanno, volendo, da antipasto, come fiori di zucca, polpette di melanzane e supplì, si passa ai primi, che sono tradizione pura, dove carbonara, cacio e pepe e amatriciana dominano sovrane, tra pasta Cocco, guanciale di Doll e altre materie prima di qualità riconosciuta e incontrastata (una nota a parte per i contorni, spesse volte ignorati nelle recensioni: ho assaggiato le puntarelle all’agro e la cicoria e devo dire che erano cucinate a puntino).

E infine arriviamo ai dolci: torte e crostate sono tutte opera di Giuliana, sfiziosa la possibilità di ordinare la “Top 3 dei Fratelli Mori” con 3 mezze porzioni per palati golosi ma sicuramente una menzione d’onore la merita “la ricotta di Ambrogio” con pistacchi caramellati e arance candite. Bella e buona!

Nàima Tomaselli

Autore: Nàima Tomaselli

Vicedirettore di questa rivista nonché blogger, laureata in comunicazione, parlo di food ma non solo; recensisco locali ed eventi, racconto di persone e situazioni su siti e riviste. Qui su Cavolo Verde – sperando di non essere presa troppo sul serio – chiacchiero, polemizzo, ironizzo, punzecchio e faccio anche la morale. In sintesi? Scrivo – seriamente - e mi piace. Tanto.